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c’è l’accordo per il nuovo Regolamento UE


incendio forestaSecondo la Fao, tra il 1990 e il 2020 il mondo ha perso 420 milioni di ettari di foreste primarie, un’area più vasta dell’intero continente europeo. E la colpa è anche, e non marginalmente, del mercato europeo, che ha sempre continuato a chiedere prodotti causa di deforestazione, senza farsi troppe domande. Ora però tutto questo dovrebbe finire se, come si dà per scontato, dopo l’accordo raggiunto, il Parlamento e il Consiglio europeo adotterano definitivamente il nuovo Regolamento, stilato dopo più di un anno di dibattiti, sostenuto dall’approvazione di oltre 1,2 milioni di cittadini interpellati sul tema e incentrato su un impegno a tutto campo contro il consumo di foreste, che rientra nel grande progetto del Green Deal europeo.

La bozza, presentata un anno fa dalla Commissione insieme ad altre due importanti normative sul traffico internazionale di rifiuti e sul consumo di suolo, prevede che in Europa possano essere vendute solo merci che non comportano disboscamento, in particolare per ciò che riguarda la carne bovina, il cacao, il caffè, l’olio di palma, la soia e il legno, sia come materie prime sia come prodotti derivati come pelle, cioccolato e mobili, e nella versione finale sono state estese anche a gomma, carbone, carta e derivati dell’olio di palma. Il testo prevede poi anche la tutela dei diritti dei lavoratori e delle popolazioni indigene.

Tra i prodotti colpiti dal Regolamento figurano carne bovina, cacao, caffè, olio di palma, soia, legno e loro derivati

Il Regolamento dovrebbe essere votato entro poche settimane; una volta approvato, i produttori avranno 18 mesi per adeguarsi ai nuovi standard, con alcune eccezioni per le aziende più piccole. È previsto anche che l’Unione aiuti economicamente i paesi più esposti alla deforestazione, finanziando in parte il passaggio a pratiche che la escludano e favorendo la nascita di partnership per la gestione delle foreste. 

In concreto, le aziende dovranno fornire adeguati rapporti (due diligence) che comprovino la mancanza di pratiche di disboscamento avvenute dopo il 31 dicembre 2020 collegate alle loro merci. Non si esclude quindi nessun paese in quanto tale, ma si punta sulle aziende, affinché realizzino cicli di produzione e lavorazione che non incentivino in alcun modo il disboscamento. Inoltre, le autorità europee avranno accesso ai dati relativi alla produzione, e potranno ricorrere sia a strumenti come la geolocalizzazione, per seguire le merci, sia alle analisi del DNA o degli isotopi per risalire alla provenienza di un certo bene. 

Le aziende dei diversi paesi saranno soggette una classificazione (ancora da definire, che sarà resa nota al momento dell’entrata in vigore) in tre categorie: a rischio basso, standard o alto, e in base a questo subiranno controlli (sugli operatori), rispettivamente nell’1, 3 o 9% del volume totale delle merci. In caso di infrazioni, ci saranno sanzioni proporzionate e dissuasive”, con importi massimi fino al 4% del fatturato totale annuo (nell’UE) dell’operatore o del professionista inadempiente.

Una persona solleva una manciata di fagioli di soia da un cassone pieno di soia
Le aziende dovranno dimostrare che le merci importate non siano responsabili di deforestazione

Secondo le stime elaborate dalla Commissione, il nuovo regolamento ridurrà di almeno 32 milioni di tonnellate l’anno le emissioni di carbonio in atmosfera dovute al consumo e alla produzione delle materie prime interessate, con un risparmio annuo di almeno 3,2 miliardi di euro e con significativi benefici per le foreste e per il loro contributo alla lotta alla crisi climatica.

Secondo alcuni critici, una legislazione così restrittiva rischia di penalizzare le aziende più fragili, perché non tutti i produttori potranno adeguarsi (per esempio fornire due diligence). Critiche che i legislatori rimandano al mittente, visto che sono previsti, proprio per questi casi, deroghe e sostegni economici. Viceversa, hanno sottolineato in molti, un’iniziativa di così vasta portata, che interessa centinaia di milioni di consumatori benestanti (cioè con elevato tenore di spesa, rispetto ad altre zone del mondo) può realmente iniziare a incidere sulle cause della crisi climatica, orientando la produzione verso lavorazioni finalmente più sostenibili.

© Riproduzione riservata Foto: AdobeStock, Fotolia

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Roberto La Pira

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giornalista scientifica





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